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L’intervista: Gianni Pinnizzotto, scattando in giro per il mondo con un occhio al sociale (seconda parte)

Francesca De Meis avatar Martedì 18 Dicembre 2007, 16:45 in Professione fotografo di Francesca De Meis
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Si conclude l'intervista a Gianni Pinnizzotto, fotoreporter, Presidente dell'Associazione Culturale Graffiti e Direttore della Scuola Permanente di Fotografia e dell' Agenzia Fotogiornalistica Graffiti Press

Parlaci della attività della tua scuola...
La scuola nasce nell'84 parallelamente da due esigenze, avevo da poco chiuso un progetto durato 14 anni relativo ad una serie di corsi sulle arti visive, finanziati dalla regione e poi soffrivo di mal di schiena... A forza di portare la borsa con tutta l'attrezzatura, pesantissima, sulla spalla mi si era leggermente storta la spina dorsale e i medici mi avevano detto di non portare più pesi e quindi ho optato per un po' di riposo e per l'insegnamento... La scuola oltre ai corsi (ritratto, reportage, avviamento alla professione fotogiornalistica solo per citarne alcuni, ndr), organizza reportage all'estero, quest'anno partiremo per l'ennesima volta per la Palestina. Oltre ai reportage in giro per il mondo la scuola si occupa di reportage sociale: e dai progetti più recenti, sono nati diversi libri, ultimi in ordine di tempo quelli sulla tematica dell'immigrazione: uno dedicato alla religione e a tutti i riti che gli immigrati professano a Roma, ed un altro dedicato al lavoro. L'immigrazione è un fenomeno importantissimo che va documentato. 

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Quale consiglio hai dato a tuo figlio Emiliano quando ti ha detto che voleva seguire la tua strada?
Non è stata una cosa così diretta, è cresciuto respirando fotografia, veniva spesso in viaggio con me e di conseguenza gli ho trasmesso la mia passione...  Mio figlio si occupa dei nostri siti e della parte grafica (i nostri libri sono impaginati proprio da lui) ma potrebbe fare tantissimo. Purtroppo ha poco tempo per andare a fare dei reportage anche se quelli che ha fatto sono sempre risultati delle ottime cose (in alto un suo lavoro realizzato in India durante il Kalachacka).
La foto più bella che hai scattato? E la più brutta?
Non sono legato particolarmente ad una foto ma ad alcune foto, in particolare ad una serie di ritratti che ho realizzato in India nel '91. Le foto brutte, invece, le faccio tutti i giorni perché ormai con il digitale si scatta troppo a volte inutilmente!
Il miglior fotografo di reportage per te

Secondo me non c'è un migliore quanto varie scuole di pensiero. Se devo guardare indietro un maestro quello al quale mi sono ispirato è Eugene Smith per la sua delicatezza nel racconto. Oggi è cambiato molto il modo di raccontare, è più aggressivo ed estetizzato. Un tempo si doveva far vedere il più possibile ed il soggetto principale al centro o comunque ben evidente. Oggi il soggetto principale è più facilmente in secondo piano e il primo piano è una quinta sfocata. Ci sono molti più piani inclinati, molto più mosso o mosso e sfocato insieme. Usando queste nuove tecniche e linguaggi fotografi, come per esempio Pellegrin o Zizola , hanno consentito ai reporter italiani di uscire dallo stereotipo del "paparazzo" acquistando credibilità all'estero.
C'è un momento durante uno dei tuoi reportage in cui hai avuto paura o ti sei sentito in difficoltà?
No, paura fortunatamente mai. Qualche momento particolare l'ho vissuto in Palestina e in ex Yugoslavia ma in genere cerco di viaggiare in situazioni tranquille e sono molto prudente.

 

 

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