Blow up sul mondo della fotografia
Abbiamo intervistato Guido Harari che ha di recente pubblicato un diario fotografico dedicato al suo amico Fabrizio De Andrè, Evaporati in una Nuvola Rock (edito da Chiarelettere ).
Un artista dello scatto con una grande sensibilità visiva e musicale, Harari ha al suo attivo una vasta ed eterogea produzione che lo collocano in un posto unico nel panoramo fotografico nazionale.
Come era Fabrizio De Andrè di fronte all'obiettivo della tua macchina fotografica? Amava farsi fotografare oppure era imbarazzato?
Non aveva un debole per la macchina fotografica, ma in fondo gli piaceva lasciarsi guardare. Senza mediazioni mai, essendo lui la stessa persona sulla scena e fuori. Non conosceva imbarazzo, anzi. Essendo dotato di una forte autoironia, amava provocare e spiazzare il fotografo.
Qual è stato il momento che ricordi con più affetto di quel mitico tour con la PFM e Faber?
Innanzitutto quel tour segnò il mio primo incontro con Fabrizio e l'inizio di una collaborazione-amicizia che sarebbe durata vent'anni. Di quel tour ricordo sempre con affetto il giorno in cui Fabrizio e io ci ritrovammo a casa di Dori (all'epoca vivevano lì prima di trasferirsi definitivamente in Sardegna) per vagliare le fotografie che dovevano corredare la copertina del disco live. Rimase colpito dall'immediatezza di certe immagini, in particolare quella che lo ritrae addormentato per terra contro un termosifone. La trovò così convincente e inedita da chiosarla parafrasando qualche verso da "Il pescatore": "Col culo esposto a un radiatore s'era assopito il cantautore". Da allora è rimasta l'immagine di Fabrizio a cui sono più legato.
Qual è secondo te l'eredità più grande lasciata da De Andrè?
Fabrizio rimane per me, più che l'artista che tutti apprezziamo, un uomo di pensiero, di pensiero "forte" in tempi sempre più bui. Nel crollo verticale dell'etica, nel degrado irreversibile della società italiana, le parole di Fabrizio, come quelle di Pasolini, restano le poche, forse le uniche, a infondere coraggio a chi vive controvento e rivendica un'intelligenza che è sempre meno moneta corrente.
La fotografia e la musica fanno parte della tua vita artistica: in che modo convive in te l'amore per lo scatto e quello per la musica?
Fotografare è un atto dotato di una sua precisa musicalità. Lo scatto della macchina fotografica può tradursi in un immaginario beat che scandisce una visione della vita, un ritmo di visione e selezione del visibile, una ricerca di condivisione di emozioni, non solo di dati. Ho amato le due forme espressive fin da piccolo e ancor oggi mi stupisco di aver pensato già da ragazzo di fonderle in un unico linguaggio, in un'unica esperienza di vita e di conoscenza.
La tua produzione fotografica è penso unica ed eterogenea: hai immortalato divi del rock (da Bob Dylan a Vasco Rossi), attori (Paolo Rossi), emarginati (come i protagonisti di Barboni di Pippo Del Bono), handicappati (con i medici del Progetto sorriso). Immagini che documento realtà diversissime... ma qual è il filo conduttore della tua opera?
Conoscere, conoscere, conoscere. La fotografia, come tutte le arti, ti permette di vivere un numero infinito di vite, di entrare, direttamente e/o indirettamente, nell'esperienza di altre persone e di confrontarti come mai avresti immaginato possibile. Procedere poi come se aprissi delle scatole cinesi è il lato più affascinante di questo lavoro-passione. Ritrovo, come dicevo prima, una certa musicalità anche fotografando il presidente Napolitano o un vecchio del Bangladesh. Basta osservare e cogliere la loro particolarissima melodia cinetica.
Cosa vorresti dire a Faber se potessi incontrarlo oggi di nuovo?
Fabrizio, cosa ti è saltato in mente di mollarci qui nella merda?
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