blogo, informazione indipendente
Logo Blogosfere

L’intervista: Francesco Zizola, l’etica dello scatto

Francesca De Meis avatar Domenica 1 Febbraio 2009, 10:37 in Professione fotografo di Francesca De Meis
042.jpg

Francesco Zizola è un fotoreporter che non ha certo bisogno di presentazioni. Le sue raffinate immagini sono capaci di trasmettere tutta la sofferenza e l'insensatezza della Guerra in un modo potente ed essenziale che cattura l'anima e lo sguardo. Scatti che parlano di morte e di speranza sul filo di un approccio profondamente etico al ruolo di reporter...

Di recente il reporter romano ha fondato una sua agenzia fotografica con altri amici e colleghi, la NOOR

Fino al 22 febbraio Zizola sarà in mostra con le sue foto dedicate all'Iraq nella Galleria 10b Photography di Roma.

Come è cambiato il modo di fare reportage in questi anni? Non pensi che nel modo di raccontare di alcuni reporter di oggi ci sia troppa ossessione per l'estetica a scapito del contenuto?

Comincio a risponderti con una premessa: l'estetica è inscindibile dalla comunicazione visiva ed anche il linguaggio fotogiornalistico presuppone delle regole grammaticali nella costruzione delle immagini. Il fotogiornalista che si occupa di crisi e guerre, purtroppo, racconta spesso cose tristi e attraverso le sue immagini mostra la sofferenza delle persone. E' facile a questo punto che nascano dei contrasti tra estetica e contenuto. In questi anni è in atto un cambiamento che giudico nefasto e che considero frutto di una distorsione dei motivi della esistenza dei giornali. L'editoria è nata per informare ma negli ultimi anni abbiamo assistito al cambiamento di questa finalità: i giornali ora esistono solo per fare un utile e sono indissolubilmente legati al mercato della pubblicità. Si crea a questo punto un corto circuito tra le patinate immagini pubblicitarie, che occupano gran parte delle pagine, e quelle crude della cronaca. L'immagine è capace di andare a fondo nelle coscienze molto più della parola scritta e questo potere è considerato pericoloso da coloro i quali vogliono organizzare il nostro mondo secondo delle regole di esaltazione di uno stile di vita che è, invece, congeniale alla produzione e vendita di merci. Molte delle immagini prodotte in questo momento in tutto il mondo per questi motivi non possono essere ospitate nei media tradizionali. Di conseguenza ai fotogiornalisti viene richiesto sempre più spesso di mostrare la realtà rendendola il meno reale possibile. Negli ultimi anni si stanno affermando tipologie di foto dove l'uomo è presente solo attraverso il suo segno e foto un po' mosse, sfocate, molto contrastate in modo da confondere il dato reale. I fotografi che sposano questa estetica "tranquillizzante", poi, sono corteggiati non solo dai giornali ma anche dal mercato dell'arte, e così siamo giunti al paradosso che foto di morte o di gente che soffre vengono vendute in galleria. Questa è l'estetica realmente pericolosa. 

022.jpg

C'è mai stato un momento nel tuo lavoro in cui hai detto "no, questa foto non posso scattarla"...

Si, ce ne sono stati molti. Il linguaggio del fotogiornalismo richiede un'etica. La modifica della messa in scena e dell'immagine non è consentita nel nostro campo come invece accade ad esempio per altre tipologie di fotografia come quella pubblicitaria, artistica, di matrimonio o nel ritratto. Quando si mistifica la fotografia giornalistica si mina la base del rapporto di fiducia che si crea tra i lettori, fruitori dell'immagine, e i mezzi di comunicazioni. Le falsificazioni andrebbero segnalate ma purtroppo in Italia questo non avviene, negli USA, dove il sistema dei media obbedisce a regole deontologiche ferree, un fotografo non può manipolare una immagine pena il licenziamento. Invito a digitare il sito fotoinfo.net dove c'è un interessante articolo su alcune falsificazioni palesi che frequentemente accadono sulla stampa italiana. Per quanto riguarda, invece, il tema fino a che punto è legittimo mostrare, mi è capitato di dire di no a quelle foto che non aggiungevano e toglievano nulla di più a quello che era necessario raccontare. Un regola di deontologia che non sempre viene seguita e così alcuni miei colleghi tendono, invece, a esporre gli eccessi. Un giornalismo serio e responsabile si deve limitare all'essenziale, e, a mio modo di vedere, più essenziale, più entra in profondità nelle coscienze delle persone. La fotografia giornalistica è  qualcosa di complesso che trasmette al primo grado un fatto intelligibile ed al secondo grado una tensione morale in grado di stimolare il pensiero. Una sorta di missione che deve essere espletata nel rispetto assoluto della vita e della dignità dei soggetti che si vanno a fotografare.

I tuoi studi di antropologia hanno influenzato il tuo modo di fotografare?

Non è solo il mio corso di studi che mi ha influenzato ma anche il mio percorso personale e professionale che non è stato non lineare. Una cosa è certa, però, fin da bambino desideravo diventare fotogiornalista per via di alcune foto dei campi di concentramento che mio padre mi mostrò e che mi colpirono profondamente. Quelle foto mi fecero ragionare sulla condizione umana e riflettere sulla potenza di quel mezzo.

Come sintetizzeresti la tua esperienza alla mitica Agenzia Mugnum?

Quella alla Magnum Photos è stata una esperienza interessante come del resto quelle nelle precedenti agenzie dove ho lavorato. La Magnum, che è stata fondata tra gli altri da Robert Capa e Cartier Bresson, è il primo esperimento importante per difendere il diritto d'autore: una società cooperativa, come è ancora oggi, nata per difendere i fotografi indipendenti ed i loro diritti. All'interno c'erano e ci sono delle regole sia per la fruizione che per la produzione delle fotografie e una selezione ferrea dei fotografi che possono accedere. Io sono entrato nel 2000 per invito ma non ho completato tutto il cammino di accesso, che di solito dura otto anni, anche perché negli anni la Magnum è molto cambiata... 

C'è una delle tue immagini che rappresenta più di ogni altra l'orrore e l'insensatezza della Guerra?

Ce ne sono tante soprattutto riguardanti le conseguenze della guerra sui bambini. Una in particolare è tremenda ed ho pensato a lungo se pubblicarla o no: si tratta di una foto in b/n scatta in Iraq dove c'è un padre in piedi che, attonito, solleva una bandiera sporca di sangue che copriva il corpo del suo bambino con la testa esplosa. Una immagine tremenda che è difficile da vedere ma che per me racconta in modo preciso l'assurdità della guerra e il motivo vero perché nessun conflitto valga la vita di un essere umano ed in particolare un bambino.

Ti sei mai trovato in difficoltà durante uno dei tuoi viaggi?

Cerco di evitare di alimentare il mito del foreporter di guerra. Si tratta di un mestiere come tanti altri che prevede una alta dose di rischio. La paura, poi, in questi casi è un buon strumento per riuscire a districarsi in certe situazioni: quando ci si trova in guerra si deve saper "ascoltare" la paura non per rimanerne paralizzati ma per poter meglio riflettere sulle decisioni da prendere nei momenti più critici. Diverse volte mi sono trovato ad aspettare perché il rischio era troppo alto, altre volte, invece, mi sono trovato a decidere di rischiare ed accorgermi di aver sbagliato valutazione! In diverse occasioni mi sono trovato ad avere molta paura di non farcela! Ci terrei, però, a sottolineare che nei posti dove vado di solito la paura non riguarda una singola persona ma intere popolazioni e ritengo che sia più importante la loro paura: io decido di andare là ma loro si trovano già là, sono vittime. Lo scandalo vero è questo e sono loro i soggetti di cui si dovrebbe parlare. 

 

 

 

0

Lascia il tuo commento

Accedi con Facebook Esci da Facebook

Attendere la pubblicazione del commento

Seguici

Iscriviti ai nostri feed rss. Leggi in tempo reale tutti i post pubblicati dal blogger!

Post in evidenza su Blogosfere